venerdì 8 aprile 2011

MEDEA di Christa Wolf


“ Giasone, io ti mangio il cuore.”

“ Non in Acamante. È un uomo singolarmente fatto di parti diseguali. Vive nascosto dentro costruzioni mentali minuziosamente edificate, che considerano la realtà, ma non hanno altro scopo che sostenergli la coscienza di sé facile a vacillare. Non sopporta contrasti, con arroganza riversa sarcarsmo sia di nascosto che apertamente sugli spiriti gretti, vale a dire su chiunque, visto che vuole affermare la sua superiorità su tutti. Mi ricordo del momento in cui mi diventò chiaro che ha scarsa conoscenza degli esseri umani e perciò è costretto a vivere in un castello di assiomi che a nessuno è dato mettere in discussione, altrimenti si sente insopportabilmente minacciato.” (Agameda)

“ Solo adesso mi ritorna in mente, pregai Circe di poter restare da lei, da lei e dalle donne. Nell'arco di un batter di ciglia vissi una vita al suo fianco, su quell'isola, sotto quella luce divina. Navi andavano e venivano, uomini andavano e venivano, consolati, curati o meno. Circe pensò la stessa cosa nello stesso momento. Poi disse che non potevo restare. Che ero una di quelle persone che vivono in mezzo a gente di questo genere, una di quelle che dovevano sperimentare in cosa noi siamo davvero in comunanza con loro, e che non dovevano tentare di togliere loro la paura di se stessi, la paura che li rendeva così selvaggi e pericolosi. E fosse pure soltanto a quell'unico uomo, Giasone.” (Medea)

“ Ecco che tornano a spuntare le mie costellazioni. Come odio questa monotona ripetizione. Come mi ripugna. Non posso dirlo a nessuno e d'altra parte non c'è più nessuno che voglia sentirselo dire. Starsene seduto qui da solo a bere vino e osservare il corso delle stelle. Ed essere costretto ancora e ancora, a udire le voci che mi tormentano. Non sapevo che cosa è capace di sopportare un essere umano. Ora me ne sto qui seduto e sono costretto a dirmi che proprio su questa sinistra capacità si fonda la stabilità del genere umano. Quando me lo dicevo in passato, erano parole di uno spettatore, perché si è solo spettatori, fino a quando qualcuno non ci è così vicino da spezzarci il cuore con la sua disgrazia.”  (Leuco)

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