“ Solo l'uomo che ha riconosciuto il Dio velato può pretenderne lo svelamento.”
“ Ma Giacobbe aveva lasciato il campo benedetto e ferito. E lui che benedizione ebbe?
Che benedizione chiede? E che ferita? Le dirò in che cosa consiste la benedizione e in che cosa la ferita: la ferita è la benedizione! Io sono un uomo molto felice – volge il capo altrove e inspira aria dal naso. - Non voglio fare del dolore un culto. E tuttavia: la felicità priva di sofferenza è una meldizione! Aspetti! - scatta in piedi e va alla libreria – voglio leggerle un passo del “Viaggio al Sinai” di Katsansakis – si mette gli occhiali e sfoglia avanti e indietro – ascolti: “ Ricordi come Jahvè parla all'uomo? Come le montagne e gli uomini si sbriciolano nella sua mano, come i regni spariscono sotto il suo piede? L'uomo urla, piange, mendica, si nasconde nelle grotte, si rannicchia nei fossati, fa di tutto per sfuggirgli, ma Jahvè è piantato come un pugnale nel suo cuore” - apre la mano sottile – Questa è la ferita esistenziale di cui parla Heidegger, e che gli ebrei, si può ben dire, conoscono molto più di qualunque altro popolo al mondo: la ferita dell'esistenza. Io non ho perso ad Auschwitz nessuno di coloro che conoscevo, eppure non passa giorno che io non pensi ad Auschwitz. Non riesco a non sentire su di me qualsiasi tragedia, ovunque essa accada. Ciò che avviene in Bosnia o altrove mi tocca personalmente. Questa è una ferita. - “
“ Dio che nasconde il volto: non è un'astrazione da teologo e neppure un'immagine poetica. Rappresenta l'ora in cui il giusto non trova alcuna risposta esterna, in cui nessuna istituzione lo protegge, in cui vien meno anche la consolazione della presenza divina nel sentimento religioso infantile, in cui l'individuo non può trionfare se non nella propria coscienza, vale a dire necessariamente nella sofferenza.”

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